Pippu lèji*

S’avvicinavano sibilando e Pippo correva, correva. Guardava avanti per non inciampare sui massi e si voltava a scatti per capire se quei mostri che venivano dal mare, che volavano in alto e volevano ucciderlo, lo avessero visto e lo stessero inseguendo. Senza più fiato si aggrappò al ramo di un ulivo e vi si gettò sotto la sua chioma, oltre una duna di macerie. Non sganciarono nulla quei mostri che volavano vicini fra loro; passarono lasciando solo il loro suono stridulo risalendo il fiume. Forse sarebbero tornati indietro, perciò sbucò fuori dal suo rifugio Pippo e iniziò a chiamare gli altri per capire se erano ancora vivi, per vedere dove si fossero nascosti.
“Tùre! Tùre!”. Silenzio. “Damiano!”

Non rispondeva nessuno e continuava a guardarsi attorno. D’improvviso proruppe il grido di sua madre che lo chiamava e si rese conto allora che gli aerei per quella sera violacea di fine estate non sarebbero tornati, continuava a vederli volteggiare lontani mentre tornavano verso il mare e allora ogni cosa tornava reale. Gli aerei della Luftwaffe tornavano ad essere gabbiani che, volteggiando contro i colori del tramonto, sembravano ombre impazzite, e le macerie, tutte quelle dune e quelle trincee che adesso Pippo risaliva, tornavano ad essere quei grandi cumuli di spazzatura che la vicina civiltà dimenticava distratta.

La città freme poco più in là, le luci arancio della pubblica illuminazione si riflettono sulle nuvole striate. Fra le palazzine dove vive Pippo da quando nacque nove anni prima e la città c’erano pochi ettari di campi e solo una stradina ad unire due mondi equidistanti. Solo di notte, quando anche alle palazzine risplendevano le luci arancio dei focolai accesi in bidoni fra la strada, diverse paia di luci si vedevano arrivare, fermarsi nel buio e poi sparire indietro. L’indomani, Pippo, Tùre, Damiano e tutti gli altri, avrebbero avuto cumuli più alti da scalare, qualche arredo sfasciato dietro cui nascondersi, o qualche gioco rotto che Zi’ Cosimo avrebbe potuto aggiustare e far funzionare di nuovo. Intanto Pippo, anche per quella sera, decise di entrare dentro casa ed andare a letto. Alle sette e mezza del mattino sarebbe arrivato lo scuolabus a prendere lui e qualche altro sparuto bimbo sonnolente per portarlo in città, lì dove nessuno li voleva, nelle scuole dove da tutti venivano disprezzati e allontanati. E loro, quei bimbi che dividevano la discarica con topi e randagi, a scuola ci andavano ma solo per non far tornare alle palazzine gli assistenti sociali. Dopo di loro veniva spesso la polizia, arrivavano coi cani, poi volevano entrare dentro le loro case a rovistare qua e là, dove di solito non voleva entrare nessuno. Ci andavano a scuola quei bimbi ma per continuare la loro battaglia. E fintanto che tutti li additavano come zingari, essi giorno dopo giorno dietro quella cortina costruivano la loro corazza. Arrivavano ad essere fieri di quella condizione, fieri di quell’appartenenza frutto di tutte quelle volte che hanno dovuto trovare alibi e giustificazioni ogni volta che in classe spariva un solo pennarello e alla fine erano loro a non volersi integrare, a disprezzare i “normali” che sapevano tutto e non sapevano niente. E la scuola e i libri ed i compiti rimanevo lontani come la città dal loro quartiere.

Pippo, di quinta elementare, sapeva già che, finito l’anno, non sarebbe più andato a scuola. Tùre e Damiano, più piccoli di un paio di mesi, avrebbero avuto un altro anno ancora. Questo, a Pippo, lo rammaricava tanto. Non per Tùre e Damiano, gli amici di sempre che, almeno al mattino, non avrebbe rivisto più, ma sentiva dentro di sé la tristezza di un legame con la città che doveva dividersi. Avvertiva qualcosa di sbagliato nel non prendere più lo scuolabus la mattina. Continuò a pensarci mentre, in un pomeriggio di sole come gli altri, raggiungeva i margini del quartiere attraversando la strada centrale sulla quale si affacciavano i palazzi di tutti e da cui provenivano i rumori, le voci, le urla e gli odori di tutti.

Lì dove finiva la strada, a ridosso della prima palazzina, iniziava il mondo dei giochi fino a sera, quei cumuli dal fetore indescrivibile che dividevano con cani e topi. Sentiva già Damiano strillare e dare del farabutto a Tùre che sogghignando, non voleva ridargli quel che rimaneva di un aquilone trovato fra i sacchi neri e sfalci insecchiti, ma il suo sguardo veniva come sempre rapito da ciò che vedeva muoversi in lontananza. La sua attenzione cadde a terra dove, fermati dai resti di uno spazzolone, sventolavano i biglietti sgualciti di un circo. Li raccolse e vi lesse di uno spettacolo mai visto prima con animali da ogni parte del mondo e di quello del mago Zasù, “che scompariva per non tornare più”. Arrivarono Damiano e Tùre e guardavano anche loro le immagini degli animali sui biglietti.

Pippo allora chiese loro:” Ci iamu? Ci su’ l’animali e c’è puru u mago Zasù. Dici ca scumpari e non torna chiù.”1
Tùre, il più bassino ed indomito fra i tre, gli chiese con quel suo fare superbo: “E a tia cu tu dissi?”2
“C’è scrittu ca’!”3, gli rispose sorridendo di meraviglia e vedendosi già davanti al grande tendone.

Ma il tempo di rialzare gli occhi che Tùre e Damiano stavano già correndo via e tornavano verso i palazzi scambiandosi complici sorrisi. Avevano scoperto per caso che Pippo sapeva leggere, che sapeva fare quello che facevano in città anche se lui non era un bambino di città. Si resero conto che lui a scuola ci andava per comportarsi come gli altri anche se non lo era, ed aveva pure imparato a leggere e forse anche a scrivere.

Pippo rimase gelato, perché si rese conto di quanto fosse accaduto e si prestava a tornarsene a casa sconsolato, sapendo che in quella strada che divide in due il quartiere, tutti lo avrebbero schernito, allontanato e forse nessuno gli avrebbe mai più rivolto la parola. Si trascinava verso il portone di casa, il penultimo a destra in fondo a quella via che diventava interminabile e con lo sguardo abbassato sentiva gli atri mormorare, ridere, sfottere fra loro e a lui sembrava di udire a cantilena quell’ ingiuria. Sembrava sentire i bimbi gridare ridendo “Pippu lèji, Pippu lèji” per poi nascondersi negli androni dei palazzi.

Gli pareva di vedere già il volto del padre che, deluso, gli chiedeva se adesso che aveva imparato a leggere sarebbero venute al quartiere maestre, assistenti sociali e forse anche il direttore della scuola. Avrebbe portato gente lì dove il padre non li voleva perché lui teneva nel suo palazzo ciò con cui sfamare la famiglia; quelle cose che in città non amano vedere, ciò di cui non amano parlare. Pippo preferiva sapere che vendesse zucchero a velo, e il padre, probabilmente, lo zucchero a velo nemmeno sapeva cosa fosse.

Lui, però, avrebbe continuato a leggere quei libri che teneva nascosti fra l’umido dei muri e il compensato dell’armadio. Avrebbe continuato a vedere aerei nei voli liberi dei gabbiani e, anche senza Tùre e Damiano, avrebbe continuato a sognare di vivere fra dune del deserto dove le oasi erano cataste di pneumatici abbandonati e avrebbe scritto per raccontare quei sogni perché voleva raggiungerli, perché voleva cambiare il quartiere. Ma questo Pippo non lo sapeva ancora.

* * * * *

*Pippu lèji, Pippo legge, dal dialetto calabrese arcaico.
1 “Ci andiamo? Ci sono gli animali e c’è pure il mago Zasù, dicono che scompare e non torna più!”, dal dialetto calabrese
2 “E a te chi lo ha detto?”, dal dialetto calabrese
3 “C’è scritto qui!”, dal dialetto calabrese

I sogni degli altri

Se dovessi raccontarvi di albe e tramonti
prenderei una biro e aprirei scrigni
da dove traboccano storie d’amore
come diamanti possenti che non temono il tempo.
Saprei dirvi dei pensieri più dolci
che fan presto a diventare carezze
all’ombra di un parco dove le pupille,
lucenti come stelle, son solo due paia.
Potrei raccontare come batte il cuore,
come vibra l’anima, come si schiude il mondo,
come un giorno si è in due soltanto
e quello dopo, nell’ora più veloce si è già famiglia.
Se volessi potrei disegnarvi casa; una oppure mille,
mura custodi di abbracci e sacrifici,
di una visione del mondo che si riflette
sui marmi del pavimento e in cristalli nuovi di pacco.
Vi donerei su carta l’odore delle rose
che si giurano promesse e si impegnano per sempre
e del sudore delle mani mentre ne stringono altre due;
profuma pure la paura quando si mischia con l’amore.
Potessi darvi da sognare ne avremmo per mesi,
d’ogni fotografia potremmo riempire pile infinite di fogli,
per i sorrisi persi nel vuoto potrei dirvi l’infinito.
Nel mondo che corre, dei sogni d’altri potrei dirvi tutto,
dei miei taccio chè non hanno ancora fortuna d’essere
e se saranno, nessuno dirà, chè si dovranno cercare ancora
parole per dire che d’un sogno si vive senza dire
e si muore senza far rumore.

La cruna dell’ago

Ho legato la serenità
ai piedi di un tavolo da pranzo
ed invitandola ad attendere
io nel mentre divoravo a sazietà
le crude pieghe riscaldate
di una vita avviluppata
al moto ondivago di giornate afose.
Le ha asciugate il vento della frenesia
le parole che erano da dire,
e son contento che sia giunto finalmente lo scirocco:
ammazza le frasi ed annega le liti.
Rimane il silenzio, non v’è tempo di discutere ora che si vede un temporale.
C’è da passare il mare, farsi sottili,
chiudere nelle stive le lagnanze.
Dalla cruna dell’ago passerà solo
un umile devoto silenzio,
che prega e combatte,
tramuta l’anima in nuvole di cielo
e catalizza i rumori in sospiri.
C’è da passare il mare,
se si è mozzi o meno.
E se non parlo di paura, che non passi per arrogante coraggioso.
Solo non v’è tempo.
Tuona già.

Preghiera

Dagli radici
d’aggrapparsi agli stracci
di cui si veste la vita.
Ma anche la forza,
che afferri la giostra
ci salga e la guidi.
Dagli ali
finché voli sul mare
s’inebri col sale
e si coccoli al sole.
Dagli motivo di riso
che si burli di noi e dei suoi
che non abbia timore di sé.
E solo un briciolo di paura;
quel tanto che basta a sapere
che non è lui al di sopra del mondo.
Sia principe del giusto
e saggio fra i più buoni.
Dagli spirito che sappia dosare
dagli spazio nel cuore ad amare
più genti e più terre,
le mancanze, un buon Dio e i compari.
Dagli occhi di lince
e carattere di pastore.
che guardi al mondo
e si perda nei suoi colori
ma non dimentichi
le sue piante d’ulivo nel giardino.
Fagli luce per la via
e a noi il tempo d’ammirare
lasciaci minuti sparsi
giusto a farci colombi impazziti
a divorar briciole di emozioni.
Così sia.
 

Epifania

(a Salvatore)

Verrai, barlume su finestre la notte,
a ricordarci che scorre la vita
e che fermi la guardammo passare
abbandonati e lassivi  fin’oggi.
Ma scoppierà il tuo pianto;
sarà l’attenti che ci metterà in riga;
fragore assordante dopo il lampo;
quel segno che s’attende
come il miracolo che serve
a rimettere in moto i destini.
Aspettiamo una guida, una forza maggiore
che ci porti a rialzarci di nuovo,
che invogli dolcezze ora seccate dai sospiri
di pensieri e rimpianti.
Li spazzerai, dileguerai la nebbia e
in notte placida tu solo in tumulto
farai strada fino al nostro tramonto.
Le tue albe, invero, saranno infinite,
e noi godremo, sia anche un’ora sola,
d’aver afferrato una cometa per la chioma
portando questi derelitti fra le stelle.

Di schiena

Di schiena
nelle feste d’estate
rimarrei a guardati una vita.
Inseguo
solchi sulla pelle
lasciati dal sudore d’agosto.
Ubriaco
fra le tue onde castane
che seguono fiere i tuoi passi.
E non esiste posto,
non esiste epoca
m’orienta vederti
paga stella di un mattino
che sorgi per altri
e sei per loro primavera.
Io seguo solo a pensarti,
rimane notte qui con me
e costellazioni di illusioni.
Di schiena
mi piace pensarti
che sorridi accorgendoti
che anni luce da te
t’ammiro silente
da quest’altro sistema solare.
Di schiena
rimani irragiungibile,
qui solo giunge la brezza
di una vanità regale
che sa d’essere adorata
e non può essere vissuta.

Metto a posto

Mettiamo a posto
che non é più tempo per i sogni;
vanno ordinati negli armadi
seguendo l’ordine straziante
di quante volte li abbiamo già traditi.

Lasciamoli lì, riposino in pace
mai più richiamati dalla nostalgia,
nè sfruttati dalla voglia di rivincita
mai sufficiente a rendegli grazia.

Mettiamoli a riposo che non facciano altro male,
che non insultino mai più questa mente
che si è convinta ormai non avere altezze.

Mettiamo a suo posto, ammainiamo le speranze,
e fintanto che si raccolgono i sospiri sparsi
ad inseguire ambizioni,
quando attorno ormai è spazio vuoto
si potrebbe anche smettere
di ridirere al mondo,
di amare le sue genti
e di respirarne i colori.

Mettiamo a posto; ché nulla rimane.

Avvento

Preparatevi filari di papaveri spazientiti;
giunge il sol cocchiere impettito
ed accompagna in carrozza
chissà quale nuovo palpito di cuore.

State allerta voi altri rondoni indomiti;
non sentite che viene dal mare
un alito,  un profumo,  un idea di futuro
o è dentro di me che cresce e dirompe?

Preparate voi api i vostri voli,
già la terra sa come adornarsi a festa
e far trovare miriadi di fiori
ognuno da offrire per ogni suo sorriso.

Giunge e lo sento dai passi, mentre io
nel salone dei ricordi ho buttato
polverosi manoscritti solitari
e rinfrescato con tende nuove profumate d’attesa.

Siate pronti anche voi, mie dolci parole
a saper dire quanto mai detto,
a creare quanto mai fatto,
ad amare al di là di voi stesse.

L’attendo che viene, che mi parla e poi resta,
sento che è giusta, che sbaglio non faccio,
sento l’avvento di un eterno che inizia,
che nasce qualcosa che prima non c’era.

Anormale

Il vostro cielo non è per me libertà,
ma gabbia sotto il quale un cuore
che trova calore solo accanto un camino,
perde il ritmo e si scolora.

Il vostro rosso non è porpora vivace
che riempie tramonti e semafori lontani,
poiché i miei occhi riconoscono
solo certi arcobaleni.

Non chiamatemi pazzo se il mio spazio prediletto
è un foglio bianco, un amico solo,
un paese sperduto ricoperto di bianco
a mille miglia da qui.

Non saprei vivere con l’oceano in mezzo
se dall’altra sponda, fra le cose da dire
son rimaste ancora molte
che non ho avuto il coraggio di liberare al vento.

Non è normale una vita
che vive dimenticando,
non è sincera la voglia di cambiare;
forse cerco solo nuove strade.

E sarò illuso, oppure no
ma il sole che sorge dietro questa finestra
non emana lo stesso calore
dei sorrisi della mia gente.

Non è normale ma non so pentirmi
se mentre lei dorme e io corro,
io dormo e lei vive,
scorre un pensiero indistruttibile.

Non è normale un nuovo mondo
neanche se fosse in carta da zucchero
se nel nuovo non debba esistere
neanche un gomitolo di filo che porti al suo cuore.

Impossibile è riciclare i sogni
la logica diventa anormale, dopotutto
qui regna ciò che sento
e non è tempo d’essere bugiardi.

17.11.2011

Fateci morire d’amore

Non parlatevi se non ci tenete,
evitate di scrivervi,
ma v’imploro uscite dalle vostre lussuose mura.
Ammirate l’oceano, quell’immenso blu
che non è mio e non è vostro.
Chi v’arroga il potere di decidere
cos’è bene e cosa è male?
Guardate il mondo e come lo gestite
e scoprirete dove lo portate.
Non toglieteci il respiro della brezza
non spegnete il cielo con nuvole nere.
Vogliamo un solo sole a riscaldarci i pensieri
e poterci abbracciare nell’unico abbraccio di Dio;
che sia il tuo oppure il mio.
Basta già, striduli pavoni, ne abbiam’ fin troppo
dei vostri insulti e battibecchi.
Non v’acceca il verde brillante dei grandi boschi
e le città che ora tremano di paura,
e non vi tange il lamento dignitoso delle genti
che quel che dite nemmeno comprende?
Affaccendatevi dunque che venga sera dappertutto
e dappertutto ci sia l’onesta cena per una famiglia,
arrossite per la rabbia quando l’uomo bruto uccide
e poi arrossite di vergogna nel sapere
che le mani di quel tizio cingevano un arma, un vostro dono.
Create muri bianchi, fatti di fogli immensi
appesi come lenzuola al vento su praterie interminabili
e date ai bimbi pastelli perché scoprano su quei muri
la libertà e la potenza che hanno le parole.
Fateci scegliere come vivere domani, fateci scegliere il destino
o solamente fateci morire d’amore.

Torno subito

E mi voltai a guardare il mondo nuovo
nel ripensare le tue ultime parole.
E se è vita che passa
allora va vissuta;
m’accorsi quel giorno che dietro il vetro
macchiato di pioggia e sabbia
si viveva secondo per secondo mentre io,
scolaro di lezioni mai comprese,
ascoltavo le tue storie e i tuoi capricci
e se faceva giorno e dopo sera
era il perché l’universo s’inchinava
a quelle incombenze e sceneggiate
di un canovaccio malamente scopiazzato.
C’era gente sui marciapiedi che pensava a sé,
ed erano le loro ombre ad inseguirli
quando loro fuggivano ognuno alle loro mete.
E qual’era la mia, io non capivo,
e cosa ero io non lo vedevo
e ciò che volevo era appannato.
Ci penserò dopo, ogni volta dicevo.
Mentre pioveva un temporale d’agosto
ogni goccia era un proiettile, e la coscienza
che giocava col voodoo,
Arrivo subito anche io,
riprendo me stesso e forse torno
o forse mai più.

 

Overload

Ha dato il segnale, l’ultimo scintillio
che farà morire le ombre.
Vivere nel buio ha questa novità
e gli schizzi di cenere
saranno vernice su tele nere,
nuove grida che sbucano fuori
da una voragine ancora più scura.
È il sistema che si fonde,
che sovraccarico di silenzi
sfoga nella notte
dolore, calore, paure.
Come fili di corrente liberati nel mare,
come petardi inesplosi su ceneri calde,
ha dato il segnale questo cuore inascoltato
e fra poco farà spazi nuovi, fra i pensieri,
le gioie ed i sogni mai raggiunti.
Nel silenzio attendiamo l’innesco,
trepidanti guardiamo nel buio
che sia pasqua, che sia linfa e poi la luce;
che sia strazio, che sia vuoto e poi colore.
L’universo si fece d’un boato,
pronto son io ad incendiarlo nuovamente.

 

Quando verrai

Quando verrai, se verrai, mi troverai seduto,
guarderò le nuvole e tu non ti spaventare, so perdermi e trovarmi,
lo faccio sempre, fra pile di pensieri stantii.
Parlerò del mare e tu calmati con me,
vagano senza rotte le mie parole, tu fidati di ciò che senti
e non ascoltarmi, non so parlare ma so condurre.
Quando verrai non troverai quasi nulla,
aspetto di costruire nuove idee
e muri di petali che guarderemo dal pavimento.
Accenderò il fuoco e scintilleranno i cuori,
e tu non spegnerti, non appassire come le rose
che fuori dimentico di annaffiare.
Quando verrai capirai che non so amare,
ed è per quello che ci vorrà tempo per parlarti
ma se insisti saranno gioia e risate sussurrate.
Nasconderemo tutto, non tremare;
lì dove c’è nulla io sol vedendoti vedrò il mondo
e sto qui aspettandoti per cercarlo assieme.

Spera i suli

“L’amuri è na spera i suli;
ti tangi, ti tingi, t’abbrazza e poi ti ‘vasa,
‘mo ti voli a vrazza china, ‘mo u ti cala la marina”

Mi hanno raccontato che lei tremava dal nervoso tanto da piangere senza saper smettere. Un pianto continuo, quel pianto spassionato che si sentiva solo ai funerali. Decantava in toni acuti e dalle note lunghissime tanti di quei malauguri che se sarebbero divenute realtà solo un terzo di quelle, io sventurato malcapitato destinatario di tante indecenze, mi sarei volontariamente accontentato di un cappio al collo senza convenevoli o qualsivoglia inopportuno licenziamento.
Qualcuno mi consigliò di rimanere in casa, sigillando porte e finestre, di appostarmi sul lucernaio e per maggiore prudenza mi chiedevano se avessi a portata di mano trappole per volpi.
Cotanta rabbia porta solo sventure. Altri mi dicevano che, sì ella piangeva per la rabbia, ma anche per risparmiarsi le lacrime per quando ben volendo la sua anima non mi incontrasse per la via della Chiesa madre dentro una spessa bara color ciliegio.
Già tutto il paese lo sapeva ch’ella piangeva per me da otto giorni ad oltranza. E tutti venivano da me, a testa china comparivano davanti la mia porta, alcune donne anche con la veletta nera, e dopo aver suonato e atteso con garbo mi chiedevano cosa avessi mai combinato.
Non ebbi la fortuna di confidare la mia risposta a nessuno giacché tutti prim’ancora che mi spiegassi parlavano già di disonore, di disgrazie e matrimonio in ordine sparso.
Dacché anche a voi devo spiegarmi e farlo per bene, inizio a contarla dal principio ma senza andare troppo al largo vado subito a dirvi che di Concetta si sta parlando, colei che mi fu promessa in sposa da mesi e mesi e fors’anche anni senza che io né lo immaginassi o almeno inizialmente lo volessi.
Tornavo a casa un pomeriggio d’agosto con la mente ancora annebbiata da ore di studio. Risalivo l’argine del Coscile e il caldo sembrava soffocarmi. Si udivano solo il fruscio del fiume in magra e grida di bambini in lontananza felici d’inseguire biacchi tra fichi e rovi.
Quando scorsi le prime case del paese vidi giungere nella mia direzione un giovanotto. Aveva i calzoni corti e una camicia grigia sporcata da chiazze nere e menava le mani come un soldato mentre camminava con la testa bassa. Accortosi che stavo giungendo verso di lui, si fermò, respirò affannosamente e imprecò nervosamente. Doveva venirmi in contro e lo faceva contro voglia così che quando mi vide mi parlò nella sua lingua che non era da un pezzo più la mia. Compresi perfettamente che quell’adolescente dopo essersela presa immotivatamente con i miei morti, riposino in pace, era venuto a dirmi che Don Cosimo Panzachina voleva parlare con me. In quel preciso istante ebbi l’ovvia intenzione meschina di declinare l’invito, ma accortomi che la cosa sarebbe stata accolta come grave scortesia deglutì e accettai di incontrarlo. Anzi, per togliermi subito il dolore decisi di togliere subito il dente e mi feci portare da lui che a quell’ora fumava sigari sotto un cedro e guardava la valle che scendeva verso il mare.
Mi presentai difronte a Don Cosimo madido di sudore, che sia per il caldo che per la paura di ciò che sarebbe stato di me.
Don Cosimo Panzachina il cui soprannome già lo descriveva abbastanza, vestiva un doppiopetto di lino color crema confezionato certamente sulle sue misure, si rivolse a me chiamandomi Giannuzzo e dopo avermi consigliato di sorridere ogni tanto, dopo avermi chiesto di come andassero i miei studi di letteratura mi disse che dovevo fare delle cose per lui nel paese. Mi disse che non voleva più teste calde attorno ma puntava adesso tutto su di me.
“Sì, Giannuzzo già si vede che tu non sei una testa calda, si vede che invece tu sei una testa…”
Respirò il suo sigaro e in quella pausa lunghissima capì veramente cosa sottintendesse anche se ci tenne Don Cosimo a spiegarsi del tutto: “ Una testa pensante”.
E questa testa pensante, come mi chiamò, doveva ragionare come la scuola mi insegnava a suo dire a farmi dare il pizzo dai paesani e portare il tutto a lui. Siccome a suo parere, pur essendo una testa pensante, chi si occupa di lettere non sa poi occuparsi di numeri e conti…
“Il ragioniere lo faccio io!” Si portò la mano al petto mentre lo esclamò e lì notai quel suo grosso anello d’oro a mignolo sinistro.
Mentre me ne tornavo a casa iniziai a piangere cercando fra i pensieri un modo per uscirne. Pensai di tornare indietro e disdire l’accordo. Chissenefrega del posto in Municipio! E se mi arrestassero? Se mi uccidessero? Se fossi costretto ad uccidere? Mi vergognavo di tornare da mio padre, uomo tanto umile ed onesto che se avesse saputo che dovevo diventare malandrino sarebbe morto di rabbia e senza aspettare che mi uccidessero l’avrebbe fatto lui accorciando il tempo. Mi sentivo la coscienza macchiata e fino a quel momento non avevo ancora fatto nulla se non acconsentire al patto che mi era stato proposto. Convinto del fatto che non potevo presentarmi a casa essendo divenuto un indegno mafioso, lasciai di nuovo il paese andando verso le campagne mentre il sole scompariva dietro i monti. La luce diminuiva mentre si sentivano sempre più forti le voci di donne che cantavano filastrocche e i passi dei buoi carichi di meloni e sammarzani venirmi incontro. Ne incrociai un paio di quei gruppi e ignaramente incrociai anche Concetta. Lei mi riconobbe mentre io avevo la mente annebbiata d’altro.
Il primo fienile era accanto al fiume e il rumore dell’acqua cheta che scorreva m’addormentò fino a quando il latrare dei cani e urla di uomini non mi svegliarono incutendomi paura. Capì che mi cercavano e quando furono vicini da potermi vedere alzai le mani e gli andai in contro non guardandoli in faccia, immaginandoli con le lupare in mano, contenti d’avermi trovato, impazienti di punirmi, assetati dalla voglia di uccidermi. Mi venne incontro mio padre abbracciandomi e lasciandosi andare ad un pianto di gioia silenziosa.
Giunsi a casa dove trovai al solito posto, seduta sotto il pergolato mia madre. Rimasi dentro la mia camera un giorno intero a pensare sul letto come dire a tutti che, sì gli studi di letteratura andavano bene ma che adesso avevo un compito molto più serio da sbrigare. Guardavo dalla finestra che dava sul retro di casa nostra, sulle bettole di lamiera dove tenevamo insieme il vino, l’aceto, la legna per la cucina, quattro conigli, una dozzina di galline e due tacchini. Tutto era desolatamente identico a come lo avevo lasciato, probabilmente era tutto in quel modo da secoli. Anche il nostro cane non aveva perso la pazienza di rincorrere lucertole nonostante non ne abbia mai presa una da quando imparò a stare in piedi. Lo guardavo rovistare rabbioso fra i cespugli e gli ortaggi fino a che qualche canna su cui rampicavano i fagiolini, urtata dalla curiosità del suo naso non gli cadeva in testa facendolo correre in ritirata. Finirà così pensavo anche con me; rincorrerò tutti gli onesti di questo paese fino a quando stanchi della mia prepotenza non mi avrebbero giustamente punito.
La nostra casa, devo dirlo, non era molto accogliente. Le tegole del tetto stavano lentamente frantumandosi, le crepe nei muri divennero voragini e io che fino ad adesso pensavo a comporre saggi e studiare gli eruditi del passato, adesso pensavo che il compenso della malavita avrebbe aiutato me e la mia famiglia a rimettere in sesto la nostra casa. Seguivo dandomi un ceffone solo per l’averci pensato. Alla fine di tanto pensare capì che non era una decisione che potevo prendere da solo. Lasciai la camera e andai in chiesa. Era un venerdì ed fu per questo che trovai una fila di persone sedute sul banco accanto al confessionale. Quando vidi che l’ultima della fila era Concetta esitai ma ella già mi fece posto accanto a lei prendendosi in mano il libro delle preghiere che aveva posto sul banco. Mi sedetti cercando di divagare la mente guardando ora l’organo con le canne dorate, ora il crocefisso nella sua struggente pena per poi voltare lo sguardo al confessionale per rendermi conto di quanto tempo ci sarebbe voluto.
L’impazienza che era mia, m’accorsi era di tutte le donne sedute accanto a me. Anche di Concetta che liberandosi dell’ansia con un grande sospiro disse: “ Ah se tutti gli uomini si confessassero non saremmo costrette noi donne a farlo ogni venerdì”. Le altre donne annuivano in silenzio nel mentre mormoravano chi un Padre Nostro e chi finiva di maledire il marito prima di purificarsi la coscienza.
Concetta, il cui scopo era quello evidente di farmi esprimere in qualsiasi modo, insoddisfatta del mio silenzio, seguitò a chiedermi diretta: “ Cosa confessa Vossignoria? Qualche scappatella in biblioteca?”
Allorché capì che Concetta stesse parlando con un guizzo di insensata gelosia, sentendomi già da allora al banco degli imputati in processo che non aveva né capo né coda, dovetti a mia discolpa rispondere che ciò che andavo a confessare non era ancora avvenuto.
Ella, quindi e lo ricordo benissimo, dopo avermi accomunato al modo tipico degli uomini che nulla fanno tanto per fare e mai comunque da doverne pentirsene e confessare, mi rispose che l’anima non si impegna, forse il cuore sì.
Uscì dalla chiesa senza purificazione, senza impegnare nulla, l’aria dei pomeriggi d’agosto mancava e mancavano con essa il senso di tutto. Altro non potei che tornamene a casa.
Passò una settimana durante la quale, mentre rincasavo al tramonto, incontravo tutte le sere Comare Bianca di MastrErminio uscire dall’uscio di casa mia, accompagnata alla porta da mia madre che sfoggiava il suo sorriso splendido di circostanza e sostenendo un cesto di cetrioli e fior di zucca.
“Tenete Comare Bianca, fatevi un’insalata e due frittelle e salutatemi Concetta, che passasse a trovarmi quando vuole, senza brigogna1 ”
Tutto mi fu chiaro e ancor di più lo fu a cena quando sempre mia madre, in quei giorni più paga che mai, parlava di famiglia rispettabile quella della figlia di MastrErminio che aveva un’unica figlia, garbata e di sani abitudini. Sarebbe stata un buon partito e anche io lo sarei stato per lei dal momento che, sempre secondo mia madre, avrei finito gli studi da letterato e avrei aperto lo studio da notaro. Difficile ed inutile fu convincerla che io di legge non sapevo alcunché.
Dovei soccombere ed accettare quest’altra imposizione. Già pendeva su di me, e non lo scordavo, quel dovere affidatomi da Don Cosimo, adesso se non fosse già troppo dovevo, perché di dovere si trattava come quello di andare a messa nei giorni di precetto, sedermi tutti i santi pomeriggi sulla panchina della piazza del Comune e guardare e niente più Concetta seduta su una stessa panchina di fronte a me, dall’altro lato della piazza. Erano pomeriggi lunghissimi in cui io la fissavo mentre il sole le girava attorno e l’illuminava da una parte all’altra fino a colorarla di rosa quando al tramonto finivo per innamorarmi e lasciarla era straziante. A furia di osservarla ella diventò come l’oppio e alla fine di due settimane sapevo rintracciare fulmineamente l’unico fiore ancora non sbocciato che stava stampato sulla solita camicetta del giovedì; la più bella fra tutte.
Delle volte per il troppo guardarla i miei occhi bruciavano. La sua pelle che rifletteva il sole mi annorbava ed io vedevo solo un’aurea dorata tant’è che da allora la chiamai esattamente come la vedevo: “spera i suli2 ”.
E sarebbe andata a finire che me la sarei sposata a Concetta se non avessi ancora avuto da portare a termine sia gli studi che quel nuovo lavoretto che avevo da fare per Don Cosimo. Giustappunto quando l’estate finì e il sole non tangeva nemmeno più le panchine della piazza, ritornò da me il solito ragazzino che portava calzoni alla zuava e una maglia sicuramente di suo padre tutte in tinta militare. L’espressione era sempre la stessa, quella che si sfoggia davanti al più antipatico signore che si abbia mai incontrato nella vita ed aveva quel fare nervoso di chi quella faccenda comandata non la si voleva fare ma si doveva per forza. Venne a dirmi che Don Cosimo aspettava e doveva “chiudere la bilancia”. Annuì e ringraziai e già sudavo freddo. Nessuna bilancia da chiudere, bensì il bilancio. Quel ragazzo per i nervi sicuramente si spiegò male e spero oggi che di quel mondo quel ragazzino mai ne capisca alcunché.
Nessun indugio; c’era solo da mettersi all’opera, andare via per via, bottega per bottega, bettola dopo bettola a chiedere il pizzo. Avevo svuotato la mente la sera prima di iniziare, avevo preparato una piccola valigia portadocumenti di pelle consumata e mi ero detto che l’avrei fatto per la mia famiglia, per risollevarla dalla sventura, per poter sposare Concetta, per poter vivere sereno.
Quel mattino decisi di iniziare da Italuzzo il tabaccaio, l’unico tabaccaio del paese che aveva casa e putiga3 sull’affaccio. Quel suo piccolo negozio di sali, sigari, fiammiferi e altre cianfrusaglie dava su un terrazzo da cui si poteva vedere tutto il tratto del Coscile che scorre ai piedi del paese placido e sinuoso verso lo Ionio. Italuzzo nella sua bottega stava sempre con la moglie Rita ed entrambi, ormai sposati da oltre mezzo secolo, erano i più onesti e ben voluti fra i paesani, soprattutto perché a differenza di chiunque vendesse anche solo spilli e rocchelline4 , loro non furono mai avvezzi alle dicerie e al pettegolezzo.
Entrai nel loro piccolo negozio ricolmo di ogni cosa, per lo più risaltavano agli occhi i quadri di un vecchio paese che avevano l’arroganza di definirsi il mio quando nemmeno un piccolo angolo di quelle vi rassomigliava. Usai l’espressione più dispiaciuta che si potesse avere tanto che donna Rita, l’anziana moglie di Italuzzo accorse con una seggiola pensando che sarei caduto a terra da lì a poco.
Ringraziai e mi accomodai, fingevo di recuperare il respiro mentre i due coniugi mi stavano davanti preoccupati. Quando mi ripresi spiegai il motivo per cui ero andati a disturbarli. Raccontai loro di aver saputo che Don Cosimo panzachina, colui che vantava il rispetto di tutto il paese, per cause che non erano ancora chiare, cadde improvvisamente in bassa fortuna ed avevo iniziato una personale colletta che sarebbe servita a Don Cosimo a riprendersi dalle sventure finanziarie. Raccontai loro, e dopo di loro a tutti gli altri paesani, che andai a trovare Don Cosimo, il quale oramai era afflitto, costretto a vendersi terre ed affetti, dedito solo alla preghiera e alla famiglia, d’altronde si sa; “beni di fortuna passanu comu ara luna”5 .
In poco tempo, con la scusa di Don Cosimo in disgrazia, riuscii a racimolare una modesta cifra che custodivo, per paura di essere derubato, fra le foglie di granturco che riempivano il materasso del mio letto, avvolta come fanno le buone mamme, in uno muccatùri6 di seta legato ai quattro pizzi. Quel giorno stesso, rientravo a casa felice di aver adempiuto all’impegno. Avrei solo dovuto consegnare quei soldi, poi avrei preso la mia parte e sicuramente avrei potuto sposare Concetta. Sì, proprio Concetta che in quel momento di euforia dello spirito, mi passò davanti mentre andava a comprare il pane ed in quel momento, quando era più la libertà a sbandarmi che l’amore, le chiesi di sposarmi. Accettò sorridente, dimenticandosi del pane, delle ceste di roba da lavare, si dimenticò della sua famiglia e si dimenticò di avere una vita sua giacché corse con me fra le stradine che portavano al Calvario e dietro un cespuglio, dentro un bosco di cipressi conoscemmo l’amore e disconoscemmo il mondo intero.
Vi sarà più facile ora capire del perché vissi rinchiuso per mesi dentro casa e fui costretto poi a fuggire di nascosto, inseguito dal disprezzo, dalle ingiurie, dai malauguri di un paese.
Mi cercava Don Cosimo panzachina disonorato nel profondo del suo ego, lo faceva di persona sedendosi ogni giorno su un ceppo d’ulivo fuori l’uscio di casa mia. M’attendeva e non certo per porgermi i complimenti. Mi aspettava anche Padre Franco il quale per una settimana disse messa pregando i fedeli d’essere magnanimi di cuore per sostentare Don Cosimo che tanto si prodigò, lui diceva, per la comunità e la Madre Chiesa.
Mi cercava Concetta che non mi trovava e doveva sposarmi, doveva per forza ora che il guaio era fatto. Ed io che volevo solo vivere normale son qui, senza sole, senza amore. Si vive ugualmente, se ve lo domandaste; si vive, di sospiri eppur si vive.

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1. Vergogna, dal dialetto calbrese
2. Raggio di sole, dal dialetto calabrese
3.Piccolo negozio, dal dialetto calabrese
4.Rocchetto, dal dialetto calabrese
5. Prov. dial. Beni di fortuna passano come la luna.
6. Fazzoletto, dal dialetto calabrese

La meretrice

(alla città di Reggio Calabria)

Cambia il vento, lo sentono le tue magnolie,
s’increspa il tuo specchio celeste;
fin’ora t’ammiravi  e giacché ti vedevi splendida come appari
pensasti che intanto passeggiare disinvolta ancora per po’
avrebbe fatto passare indenne l’inverno.
T’avvisano, ti chiamano, sirene impazzano
e tu fai finta di nulla, perdesti il buon vizio d’amarti
ed ora nessuno ti ama.
Non nascondere quel tuo viso meschino, sta per gelarti il cuore
e strapperanno a giorni quegli ultimi fili di gramigna
che abbeveri con l’ipocrisia di stare allevando le più dolci rose
che mai crebbero fra i giardini, i fortini e gli eremi.
Parlano di te, sprezzanti d’essere stata fiera leonessa,
madre d’un mondo, inizio di un fuoco che ora pervade tutti
e solo in te s’è spento, rimane flebile una fiammella sotto un quadro
che s’affaccia solo un giorno alla tua vista e poi quell’anno passa
e ne mortifichi d’ora in ora il suo splendore.
Ti usano e t’afferrano e intanto nascondono le intese
fingendo d’esserti fedele, di cullarti in un sonno che non hai da dormire.
Non t’addormentare in braccio a loro, scansali via come fa il vento d’Africa
o il terrano nelle tue albe tardive d’inverno.
Svestiti dell’indifferenza, del concederti a tutti.
Ti ricoprono di ricchezze di piombo e lusinghiera te ne vanti;
ingenua donna che ti fidi del mondo, quale altra ricchezza già ti serve
se ogni sera Iddio ti ricopre prima d’oro e poi ti veste con
quell’abito indaco, il più bello che esista e ti fa regale consorte di una sposa
che ti sta di fonte, luccica nel buio che scende e tu osservi e mai abbracci.
Cambia il vento, s’abbatterà l’inverno, amica di tutti
vedrai neve coprirti e miseria straziarti, vedrai il tuo nome sulla bocca di tutti.
Ora nessuno ti vuole, non sei più la buona figlia da allevare,
ora sei colei che si è cercata la sventura.
Non avrai figli a proteggerti, scapperanno tutti,
disgustati d’essere nati nel deserto di una mala terra,
impigliati a tele che asfissiano tutti,
e fra loro non saprai più distinguere sicché saranno tutti
arrabbiati di volerti possedere e di non averti avuto.